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Pranzi d'autore (minimum fax) di Oretta Bongarzoni, con una postfazione di Davide Orecchio



Soltanto i libri che «trattano di cucina sono, da un punto di vista morale, al di sopra di ogni sospetto… Lo scopo di un libro di cucina è unico e inequivocabile. Non è concepibile che abbia scopo diverso da quello di accrescere la felicità del genere umano». Così scriveva Joseph Conrad.

Ma la cucina, come parte integrante della vita e della cultura di ogni individuo e di ogni gruppo sociale, si è spesso ricavata un proprio spazio anche all’interno della grande letteratura: chi non ricorda il timballo di maccheroni del Gattopardo, o le quaglie in crosta del Pranzo di Babette?

Guidata dalla curiosità e dalla frequentazione quotidiana con i grandi classici della letteratura, Oretta Bongarzoni ha costruito un elenco di ricette godibile e pieno di notazioni, che prende le mosse da una convinzione profonda: «A seconda dei casi e degli autori, la presenza del cibo nei libri è una forma del tempo e dello spazio, un piacere sostitutivo o complementare del piacere amoroso, un ricordo, un’allusione, un gesto dimostrativo; una delle tante funzioni del ritmo narrativo. Oppure: un dettaglio di vita quotidiana come tanti altri, un codice sociale, un segno (bello o brutto) del carattere dei personaggi, una dedizione, un’impazienza, una libertà, una banalità».

L’omelette alle erbe di Sostiene Pereira, le quaglie en sarcophage del Pranzo di Babette, il Christmas pudding di Joyce, le melanzane all’amore di Márquez…

Queste e tante altre ricette che hanno dato sapore alle nostre letture ora delizieranno anche il nostro palato.

Dalle sue carte e dai libri si era sparso per casa il sapore immaginato, con l'odore, dell'omelette di Tabucchi, del pane all'uvetta di Maupassant, dei krapfen di E. M. Forster. Stanò pietanze da romanzi, memoriali, racconti. Aveva il progetto di sposare letteratura e cucina

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